Dialetto: espressione dell'anima di un popolo

Approfittando della "tradizionalità" dei racconti verbali degli anziani, dei loro modi di dire, per mantenere la freschezza e l'immediatezza espressiva di quei racconti ricchi di colori dialettali, ci si è avvicinati alla letteratura poetica in vernacolo, ospitando di volta in volta alcune opere di compositori "classici" e di poeti contemporanei che si esprimono sia in Pavese cosiddetto cittadino sia in quello "arioso" del circondario che, tramite le rime artistiche, consentono di attribuire valore letterario all'idioma locale. Ci si accorse che il modo di esprimere un vocabolo o un concetto è spesso peculiare della zona d'origine e rilevando le differenze tra dialetto e dialetto, è addirittura possibile determinare la provenienza degli interlocutori. A dimostrazione della peculiarità del dialetto locale, viene proposta in tutta umiltà, la versione dialettale del Menù della Festa.


Questo ricordo “poetico” scritto in dialetto locale, è dedicato alle donne contadine che tanta fatica e pazienza hanno dedicato allo sterminio delle pianti infestanti nelle risaie e nei prati a frumento. Ora che i romici, come si dimostra nelle colture di vari parchi naturalistici, sono addirittura coltivati scientificamente per attirare particolari specie di farfalle, viene da dubitare se, per caso, le nostre madri e nonne lavorando ai campi abbiano commesso un disastro ambientale.
Rassicuriamoci! Con il solo loro lavoro non ci sarebbero mai riuscite.

   

Rimas…

“Signori pregiati in questo prato alla maggese,
i romici selezionati attireranno la farfalla cinese”…

Romici?!… “Rimas”! Rancài, adès,
l’e un disastar ambientàl!
Adès ien bon par fa mangià i farfàl!

Romici…Rimas! Mulèsta strupàia
da rancà cul badilin
d’in mes ai nòtal, ai sàs, ai spin!

Al cucù facia da tòla al canteva tüt al dì
e sti dòn in pe par tèra
ia scalsevan cul badì.

Suta ‘l sgiacon dal Sù vulevan i muscon
e i tavan suta ‘la sòca
ga plüchevan i galon.

Rimas! Maledèt cent mila vòlt,
par guadgnàs una palanca
ògni mila rimas mòrt.

Quand l’er l’ura dal tramunt, rancarimas suta al bràs,
s’invievan sü pr’al punt
pr’andà a cà a ripusàs.

Mai sentù parlà dla Cina, mài savü di sò farfàl!
Sevan ben la pantumina
da cantàgh al murus bèl

e cantand i spisighevan, intre i càli di didon,
forsi, una siura-siurèta,
tenera, cun i àl culur limon.

Siur Giuàn


Romici…

“Signori pregiati in questo prato alla maggese,
i romici selezionati attirerano la farfalla cinese”…

Romici?!… “Rimas”! Estirparli, ora in questo momento,
sarebbe un disastro ambientale!
Adesso sono alimento per le farfalle!

Romici?… “Rimas!” Erbaccia molesta
da sradicare con il badilino.
tra le zolle, i sassi, le spine.

Il cuculo faccia di tolla cantava tutto il giorno
e ste donne a piedi nudi
li scalzavano per tutto il giorno.

Sotto il riverbero del sole, volavano i mosconi
e i tafani sotto le sottane
pungevano le cosce.

Romici! Maledetti centomila volte,
ma si guadagnava una “palanca"
per mille romici morti.

Quando era l’ora del tramonto, scalzaromici sotto al braccio
s’avviavano su per il ponte
per andare a casa a riposarsi.

Mai sentito parlare della Cina, mai saputo delle sue farfalle!
Sapevano bene la pantomima
da cantare al moroso bello

e cantando pizzicavano tra i calli delle grosse dita,
forse, una libellula
tenera, con le ali color limone.

Le altre poesie del Sciur Giuàn

UmbrŅa ļd Certusõa
Che Bèla Cumpagnia
Nuità!
Leterina pr’al nòs paes…
Fam e miseria