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"Ma ricordi che…"
Mi hanno sollecitato anche quest’anno a scrivere l’introduzione dell’opuscolo della Festa del Grano 2010 e mi accingo a “buttare giù alcune idee”, con le quali posso offrire dei ricordi piacevoli… naturalmente sempre con tanta semplicità e senza pretese.
Sinceramente, a metà marzo passando per le nostre campagne, avevo osservato quanto fosse stato lungo l’inverno quest’anno e come tardasse la primavera ad esplodere in tutta la sua naturale bellezza. Da alcuni giorni, invece, con l’arrivo del sole sornione di inizio stagione ho constato che la campagna stava cambiandosi d’abito, rivestendosi di foglie e di erba con quel verde prepotente difficile da descrivere anche per più grandi e fantasiosi pittori.
L’altro giorno mentre percorrevo la strada che conduce da Guinzano a Novedo, mi sono beato a vedere uno scenario bellissimo che tanti di voi avranno gustato: un cielo limpidissimo dall’azzurro intensissimo, le prime gemme e le piccole foglie degli alberi e degli arbusti. Scenario stupendo e inappagabile, in fondo, laggiù, all’orizzonte le montagne: a nord-ovest le Alpi e le prealpi bergamasche con l’imponenza del Rosa, solenne balcone sulla pianura padana; a sud gli Appennini con il Penice…. Entrambe le catene erano arricchite di neve che dava maestà a questa cornice meravigliosa della natura e del creato. Ho fermato la macchina e aperti i finestrini, mi sono gustato il panorama e la mia mente andò ai ricordi della mia infanzia… ma ricordi che…. era semplice e gioiosa la vita della campagna
Ma ricordi che all’inizio di primavera, quando ero ancora fanciullo di 5 o 6 anni, mia madre mi portava in alcuni campi non ancora arati e nei quali in autunno era stato tagliato il mais: vi crescevano erbe nostrane che servivano ad arricchire la minestra: i casett, i landar, i urtis (anche per una buona frittata); c’era poi l’insalata: la galineta (soncino dei campi), la cicoria mata (tarassico).
Ma ricordi che era una vera ricchezza per la gente povera che si doveva accontentare di quello che la natura offriva insieme a quel poco che veniva coltivato nel piccolo orto di famiglia. Ero veramente felice! perché quello stare insieme a mia madre e andare per i campi, sembrava una lieta avventura: il raccogliere le prime margherite e soprattutto sulle rive dei fossi esposte al nord, le stupende e profumate viole mammole… era come incontrare la gioia più bella e profonda. Al ritorno si arrivava alla ferrovia. mia madre faceva del tutto per giungere in tempo e così poter vedere il treno che si annunciava da lontano con fischi e pennacchi di fumo nero e intenso: era una vecchia locomotiva che andava ancora a carbone…. Immensa come una matrona, sembrava procedere gongolante sulla strada ferrata come una chioccia tronfia con la sua nidiata. Dietro erano trainate tre carrozze di terza classe, con i sedili ancora di legno e con una quantità di porte indefinite… come se fossero ricolme di tanta gente mentre sull’unica pensilina sfornava due o tre persone che solitarie tornavano da Pavia.
Ma ricordi che la cosa più bella era quando mia madre mi segnalava alcuni campi verdeggianti, ben ordinati, con degli steli ormai abbastanza alti, che si muovevano unisono alla leggera brezza del pomeriggio, che volgeva al vespero. I campi di frumento, che i contadini avevano seminato alla fine dell’autunno e che dopo il riposo invernale avevano sentito anche loro il tepore vitale del sole, si erano alzati quasi tendendo le braccia verso il cielo come segno di riconoscenza. Il grano, continuava mia madre, «era la benedizione di Dio, era segno della bontà del Signore perché da esso l’uomo traeva il nutrimento fondamentale della sua esistenza!». E mi ricordava che tutti i popoli, chi in un modo chi in un altro, aveva come alimento il grano e il pane. Aveva quasi una venerazione per il frumento e il pane.
Ma ricordi che quando i campi diventavano d’oro, coglieva una manciata di spighe e, facendone un mazzetto, li metteva accanto al ramo di olivo benedetto quasi invocasse la benedizione del Signore per avere il minimo necessario per vivere dignitosamente e con la pace in famiglia.
Da ultimo ma ricordi che mentre eravamo a tavola capitava che qualche pezzettino di pane cadesse per terra e invitava tutti noi a raccogliere sempre questi pezzettini perché affermava che perfino Gesù Bambino era venuto sulla terra perché non andasse persa anche una sola briciola di pane…
Anche quest’anno, noi sacerdoti di Guinzano, abbiamo il desiderio che la Festa del Grano sia quindi un invito ad avere maggior attenzione ad evitare lo spreco del pane e in modo particolare ad apprezzare sempre di più la bontà di questo alimento. Come nell’Eucaristia, Gesù viene spezzato nel Pane consacrato per sfamare il nostro spirito, così il nostro ritrovarci qui, uniti e diversi, sia per noi una presa di coscienza del valore di questo prodotto genuino della natura, ma soprattutto sia segno di grande attenzione e di socializzazione nel trascorrere momenti di sana aggregazione. Sarebbe bello che partisse anche da questo ritrovarci insieme nella gioia e nella allegria una grande sensibilità verso gli altri in ogni ambito della nostra esistenza. Far festa per imparare a stare insieme e a condividere. Altrimenti che festa è...
In tal modo anche i nostri ragazzi potranno un giorno sognare ancora e raccontare storie belle come questa e ridire con nostalgia come noi oggi lo stiamo facendo a voi…
Ma ricordi che
Don Dante e don Lino
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